Radio Radicale chiuderà a giungo?
L'emittente è vittima della campagna elettorale

Ieri è scaduta la convenzione in forza della quale Radio Radicale trasmette i lavori parlamentari e le Camere sono state chiamate a decidere sulla possibilità di prorogarla. Per salvare l’emittente romana sarebbe servita l’unanimità delle forze politiche ma, solo contro tutti, il M5S ha detto “No”.

Radio Radicale è nata nel 1976 come radio libera. Inizialmente, trasmetteva da un piccolo appartamento del quartiere romano del Gianicolo.

Ispirata dal motto del Presidente Luigi Einaudi “Conoscere per Deliberare”, fin dalle sue origini, si è sforzata di portare il dialogo istituzionale ad ogni cittadino, ma senza commenti e scelte giornalistiche perché solo essendo informati in maniera libera si poteva formare una decisione (delibera, appunto) libera.

Negli anni ottanta, la radio si lega al movimento politico dei Radicali di Marco Pannella. Prende la fisionomia di un organo di partito, ma solo per beneficiare dei fondi per l’editoria destinati agli organi di partito. Per il resto rimane una voce libera e asciutta.

Nel 1994 partecipa alla gara per la stipula di una convenzione che l’avrebbe impegnata nella trasmissione in diretta dei lavori parlamentari. Così, per 25 anni, la storica emittente romana ha vissuto con circa 14 milioni di contributi pubblici (8,33 per la convenzione, il resto per i fondi pubblici all’editoria). La recente riduzione del fondo per l’editoria (che scomparirà definitivamente nel 2020) e ora il mancato rinnovo della convenzione hanno tolto ossigeno a questa storica voce.

Si è quindi realizzato quanto annunciato da Vito Crimi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per l’editoria, che già da tempo aveva manifestato l’intenzione del governo di non rinnovare la convenzione per cui da 25 anni non si tengono gare e valutazioni del servizio reso dall’emittente che, da canto suo replica affermando che dal 1994 si agisce in regime di proroga nonostante abbia ripetutamente chiesto l’indizione di nuove gare.

Così si è arrivati al voto di ieri che ha visto il M5S contro tutti. E tutti gridare contro la chiusura di Radio Radicale come un torto gravissimo alla democrazia.

Nicola Zingaretti (Pd) sollecita a “Fare di tutto per evitare la chiusura”. Renato Brunetta (FI) accusa: “Si mette a tacere la libertà d’Informazione”. Lega e FdI dichiarano di avere già pronti i ricorsi contro la decisione di mancata proroga. Mentre dal M5S non manca chi osserva che la necessità di sopravvivere con le proprie forze è insita in quel liberalismo così caro al movimento radicale.

Il Sottosegretario Crimi, da parte sua, sottolinea di non avere nulla contro Radio Radicale, ma di aver preso questa decisione specialmente in considerazione delle mutate esigenze: Il servizi pubblico spetta alla RAI, e questa è ormai dotata di un proprio canale istituzionale (Rai Parlmaneto) con cui trasmette in diretta le sedute parlamentari e delle Commissioni.

Ma oltre alla libertà di informazione, sarebbe minacciata anche l’occupazione dei circa 100 dipendenti della radio tra giornalisti, impiegati e tecnici.

In verità, però, già ad aprile, il Presidente della Commissione di Vigilanza RAI Primo Di Nicola ha manifestato apprezzamento per l’immenso archivio dell’emittente (circa 380 mila file), che definisce di rilevanza storica anche per le future generazioni.

Secondo qualcuno questa apertura costituiva il punto di partenza per una possibile fusione tra Radio Radicale e RAI grazie alla quale l’emittente avrebbe finalmente accesso alla piattaforma DTT, la RAI riqualificherebbe GR Parlamento e il governo avrebbe a disposizione nuove frequenze radiofoniche da vendere. Una situazione ideale che salverebbe certamente anche l’occupazione.

Ma oggi, in piena campagna elettorale europea, i partiti cercano di presentarsi muscolari per compiacere il proprio elettorato di riferimento, invece, che cercare soluzioni concrete che preservino in un sol colpo servizio pubblico ed occupazione.